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25 Agosto 2020

Ore 21:30

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Titolo: FINNEGANS WAKE

Credits:

dal romanzo di JAMES JOYCE

lettura di MAURIZIO DONADONI

 

durata 50′


Sinossi:

Finnegans Wake,  ultima fatica di Joyce, è un monumento alla letteratura, fatto di letteratura oltre la letteratura. Perchè, come tutti i grandi libri, è un mondo, anzi, un “parolmondo”. Un attore, a differenza di un esperto di linguistica, non ha tutte le conoscenze teoriche atte a districarlo dalle infinite complessità di quest’opera. Ha però uno strumento che allo studioso difetta: l’incoscienza del “puer aeternus”. Che gli consente  di credere l’incredibile; riconoscere l’irriconoscibile; dire l’indicibile. Cioè di salire sul “monumento” Finnegans Wake, senza la pretesa di svelarne alcunché di definitivo, ma con la semplice intenzione di giocarci un poco  su e giù, in piena libertà,  approfittando di tante sue  vertiginose altezze (ed altrettanti sprofondi). Dal primo capitolo sono stati scelti brani in cui l’autore espone i temi principali del libro e  presenta alcuni personaggi chiave della vicenda: il muratore Tim Finnegan che, ubriaco, cade da un muro in costruzione, muore ma resuscita durante la sua veglia funebre non appena  benedetto con alcune gocce di wisky; il gigante Finn mac Cool, il cui corpo addormentato disegna il profilo della città di Dublino; un indigeno irlandese che battibecca con un invasore sassone: H.C.E. taverniere di Chapelizod, eroe non eroe dell’opera, accusato di molestie nel Phoenix Park ai danni di due cameriere e – forse – anche  di un fuciliere gallese! A commento, tra un brano e l’altro, alcune delle più note melodie popolari irlandesi, cantate dai “Dubliners”. Il tutto senza farsi troppo intimidire dall’ esperimento Joyciano: considerando cioè la “meandertalistoria” del geni irlandese, non solo un mostro inavvicinabile, ma anche un altissimo, bellissimo e – perchè no – divertente gioco. Dopo tutto lo dice anche l’ allegro ritornello della canzoncina alla veglia funebre  del muratore Finnegan:  “there’s a lot of fun at Finnegan’s wake”. E ce lo assicura anche  Joyce, nel suo, inventato e reinventato, meraviglioso ” Alephbeto”.